Lettera ai soci

Bordighera, lì 05 febbraio ’13

Carissime Socie e Carissimi Soci,
Molto tempo è trascorso dall’ultima volta in cui personalmente Vi ho scritto, ma vista l’importanza del messaggio da comunicare ritengo sia necessario un mio personale intervento.
Durante l’ultima seduta del consiglio direttivo è emersa una particolare esigenza di riflessione sul senso e le profonde implicazioni che porta con sé il termine “volontariato”. Dopo un’attenta riflessione e la strutturazione di iniziative per promuovere il volontariato e la cooperazione sociale è nata l’idea di indire un anno di riflessione su volontariato, associazionismo e cooperazione sociale.
Dunque ecco il motivo della mia missiva. Il 2013 per la nostra associazione sarà un anno di attenta riflessione e di promozione del volontariato. Non mancheranno i momenti di formazione, di incontro e confronto. Durante i mesi si svolgeranno svariate iniziative sostenute da alcuni associazioni che hanno sposato la nostra iniziativa.
A partire da metà febbraio saranno distribuite nei negozi copie della carta dei valori del volontario stampate grazie al contributo ottenuto da alcune associazioni di volontariato della regione una tra tutte il CELIVO di Genova che negli anni passati aveva già sostenuto interventi di questo tipo. Nel mese di marzo il CGS Tempi Nuovi proietterà tre film a tema presso il cinema Don Bosco, in aprile il VIS organizzerà due conferenze con importanti esponenti del mondo del volontariato. E così via fino alla conclusione a febbraio 2014.
Questo anno del volontariato si aprirà ufficialmente il 16 febbraio 2013 con un concerto presso il salone parrocchiale di Maria Ausiliatrice a Vallecrosia. Concerto nel quale, oltre alla musica offerta dall’associazione G.B. Pergolesi di Vallecrosia, verranno letti i 24 articoli che compongono la carta del volontario. Al termine del concerto verrà offerto ai presenti un rinfresco.
Dunque sono qui a chiedere la vostra presenza a tale manifestazione come segno di condivisione del percorso di formazione che l’associazione ci regala in questo anno.
La rete di associazioni coinvolte nelle varie attività ci incoraggia nel ritenere che occorra riscoprire la necessità di dedicarsi al servizio della comunità e del prossimo mettendo gratuitamente a disposizione le proprie qualità e i propri talenti. La gioia del dono è qualcosa di totalmente perduto nella società del commercio e del tornaconto. Dunque quale migliore occasione per ritrovare uno spirito cooperativo?
Al termine del concerto, dopo il rinfresco, vi invito ad un momento di riflessione insieme che è necessario alla luce di alcune riflessioni ultimamente fatte delle quali ritengo dobbiate essere partecipi e dobbiate esprimere il vostro parere. Ritengo che la partecipazione a questa assemblea straordinaria sia quantomeno consigliabile giacché in tale riunione si decideranno alcune linee guida dell’associazione di cui facciamo parte.

Dunque un breve riepilogo del prossimo impegno associativo:

Sabato 16 febbraio 2013:

  • ore 18.30 Concerto di inaugurazione dell’anno del Volontariato (Salone M. Ausiliatrice)
  • ore 19.40 Rinfresco
  • ore 20.15 Assemblea Straordinaria
    • Andamento progetti
    • Presentazione progetto “INSIEME”
    • Nuovi orizzonti
    • Varie ed eventuali
  • ore 21.15 Conclusione

Ringraziandovi come sempre per il vostro prezioso ed insostituibile contributo e collaborazione, vi rinnovo l’invito al concerto e all’assemblea.

Un caro saluto a tutti voi e alle vostre famiglie.

Il Presidente pro-tempore dell’associazione G.R.A.Z.I.E.
(Marco Magliano)

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Gli appuntamenti della settimana!

Lunedì ore 17 – 18 Musica in culla presso il laboratorio permanente del gioco e della fantasia

“”"”"”"”" ore 17.30 Incontro C.D. presso sede sociale

Martedì ore 13 – 14 servizio mensa scuole medie Biancheri

ore 14 – 17 servizio dopo-scuola Allegramente per medie e superiori con attenzione ai DSA

ore 17 – 19 Laboratorio creativo presso il laboratorio permanente del gioco e della fantasia

ore 21: partecipazione alla riunione di consulta della famiglia di Vallecrosia

Mercoledì ore 14 – 17 servizio dopo-scuola Allegramente per medie e superiori con attenzione ai DSA

ore 17 – 19 spazio gioco presso il laboratorio permanente del gioco e della fantasia

Giovedì ore 13 – 14 servizio mensa scuole medie Biancheri

ore 17 – 19 spazio gioco presso il laboratorio permanente del gioco e della fantasia

Venerdì ore 14 – 17 servizio dopo-scuola Allegramente per medie e superiori con attenzione ai DSA

Sabato ore 10.30 – 12 Musicoterapia presso il laboratorio permanente del gioco e della fantasia

ore 17.30 – 19.00 Consegna uova del progetto “un pollo per amico” presso l’orto

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Il mercoledì di riflessione

EVAPORAZIONE IPERMODERNA DEL PADRE E TESTIMONIANZA DEL DESIDERIO

di Massimo Recalcati*

 

Per un verso il fenomeno dell’evaporazione del padre può essere considerata come un’apertura a possibilità inedite. Per un altro verso esso sembra invece suscitare la nostalgia per il tempo perduto, per la sicurezza garantita dal fondamento paterno.

 

Evaporazione del padre, universalismo e segregazioni

In una breve nota scritta alla fine degli anni Sessanta, titolata Nota sul padre e sull’universalismo, Lacan ritorna in modo sintetico ed ispirato sul tema del tramonto dell’Imago paterna di cui aveva già colto i sintomi in un saggio del 1938 dal titolo I complessi familiari nella formazione dell’individuo. In questa breve nota egli mette in fila tre concetti destinati ad essere centrali nella comprensione della Civiltà che definiamo ipermoderna. Il primo tra questi è quello di “evaporazione del padre”. Con questa immagine Lacan non intende riferirsi semplicemente alla crisi d’identità dei padri reali di cui si occupano più o meno recentemente la sociologia e la psicologia. Piuttosto egli fa riferimento alla perdita di centro, alla caduta dell’Uno, alla decapitazione del vertice Ideale – di matrice edipica – che aveva strutturato i legami sociali e dato un senso alla vita delle persone. Tutta la psicologia freudiana delle masse è retta da questo riferimento ad un Ideale verticale che guida e sostiene la vita degli uomini e che si incarna nel potere carismatico e suggestivo del leader.

Quando Lacan scrive questa nota siamo alla fine del 1968. Le istituzioni disciplinari che fungevano da paradigmi della riflessione freudiana (la Chiesa e l’Esercito) sono state scosse dal movimento della contestazione. Lo stesso principio freudiano dell’Edipo è stato violentemente messo in discussione come matrice reazionaria di quelle istituzioni. Il concetto borghese, nucleare, di famiglia non si sottrasse a questo attacco critico. Ma fu soprattutto la figura normativa del Padre ad essere messa in questione. Lacan scrivendo di una sua “evaporazione” fa allusione a questa demolizione anche come ad un esito storico della critica del ’68. Ma cosa significa, per la psicoanalisi, constatare l’evaporazione del Padre? E, più precisamente, quale Padre evapora? Di quale Padre Lacan parla proponendone la sua evaporazione storica? Ebbene il Padre evaporato è il Padre che garantisce al soggetto, come ai legami sociali, un senso e un ordine stabilito. E’ il Padre della rassicurazione, è il Padre-fondamento, è il Padre che sa rispondere sulla verità ultima delle cose, è il Padre della garanzia. E’ il Padre come tutore dell’ordine simbolico che Lacan ha chiamato, ben consapevole dei suoi inevitabili echi biblico-teologici, Nome-del-Padre E’ il Padre-sovrano nell’accezione che Agamben ha proposto del concetto di sovranità: è colui che, essendo in una posizione di eccezione rispetto al sistema della Legge che pure installa, ha il potere di sospendere il funzionamento stesso di questo stesso sistema, ma questo potere anziché annichilire il sistema è ciò che gli dà consistenza. E’, come lo definisce Lacan, l’Altro dell’Altro: l’eccezione, non sottoposta alla Legge, che istituisce logicamente il funzionamento della Legge uguale per tutti. L’evaporazione del Padre indica il venire meno di questo carattere fondativo, trascendentale, normativo in senso ideale, della funzione paterna. Ecco allora profilarsi il secondo termine presente nella Notalacaniana: quello dell’”universalismo”. Con questa espressione Lacan definisce l’affermazione dei mercati comuni, ovvero quello che oggi definiremmo come fenomeno della globalizzazione. Il riferimento a questo nuovo legame sociale verrà approfondito nella celebre conferenza tenuta a Milano all’Università Statale il 12 maggio 1972 nella figura categoriale del “discorso del capitalista”. In altri termini, l’universalismo di cui ci parla Lacan è quello prodotto dall’affermazione dell’oggetto di godimento che il discorso del capitalista rende illimitatamente disponibile sul mercato globalizzato. La caratteristica principale di questo discorso sarebbe quella di concretizzare un legame sociale che si istituisce sulla decapitazione della funzione verticale ed orientativa giocata dall’Ideale edipico e che al posto della funzione normativa del Padre impone la potenza reale e immaginaria (non simbolica) dell’oggetto di godimento.

Gli effetti di questa imposizione sono sotto gli occhi di tutti: parcellizzazione molecolare del legame sociale, ipnosi collettiva senza alcun vertice apertamente totalitario, diffusione capillare dell’imperativo del godimento, isolamento crescente dei soggetti ridotti a monadi individuali, esclusione dell’Altro a vantaggio della creazione di comunità di simili, prevalere della compulsione all’identità sullo scambio tra differenze, svuotamento nichilistico del senso della vita, eclissi del desiderio sommerso dalla marea montante di un godimento compulsivo dello Stesso, sentimento diffuso di inesistenza, di vuoto. Per tutti questi effetti – ed ecco apparire il terzo ed ultimo termine della serie proposta da Lacan – l’universalismo globalizzante non genera affatto una pluralità democratica, ma nuove segregazioni, “segregazioni ramificate”, moltiplicazioni delle barriere, rafforzamento comunitario di etnìe chiuse su loro stesse, frattura dei legami, isolamenti “straordinariamente sterili”, insomma fenomeni di ritorno dell’identico che appaiono come vere e proprie cicatrici sintomatiche della evaporazione del padre.

Cosa resta del Padre?

Questa crisi della funzione orientativa dell’Ideale edipico di fronte alla spinta incalzante dell’oggetto di godimento genera due letture a mio giudizio ugualmente sintomatiche che riflettono altresì posizioni ideologiche presenti all’interno dello stesso movimento psicoanalitico. Per un verso il fenomeno dell’evaporazione del padre può essere considerato come un’apertura a possibilità inedite. L’al di là dell’Edipo diventerebbe il luogo di sperimentazione di legami non più dipendenti dalla figura normativa del padre. L’Anti-edipo di Deleuze e Guattari e una certa esaltazione macchinica del corpo pulsionale vanno indubbiamente in questa direzione. Senza considerare però la forte collusione con il discorso del capitalista, il quale, a sua volta, offre una rappresentazione macchinica del corpo pulsionale: il corpo che gode senza tener conto della castrazione è il corpo sadico, il corpo perverso, il corpo che non conosce l’esperienza del limite, il corpo che fa del corpo dell’Altro uno strumento del suo stesso godimento, il corpo dell’antiamore, del godimento acefalo, del godimento “uniano”, come lo definisce Lacan, dunque del godimento senza l’Altro. Dal punto di vista sociale questa lettura dell’al di là dell’Edipo come liberazione della pulsione collude paradossalmente con il centro stesso del discorso del capitalista che è un centro eminentemente cinico. Ciò che conta non è l’asservimento edipico all’Ideale ma il godimento che vuole se stesso, il godimento come volontà cinica di godere. E’ questa la faccia superegoica del discorso del capitalista: elevare il godimento alla dignità paradossale di un dover-essere.

Per un altro verso il fenomeno della evaporazione del Padre sembra invece suscitare la nostalgia per il tempo perduto, per la sicurezza garantita dal fondamento paterno, per lo statuto ontologico dell’eccezione, o, se si preferisce, in maniera più prosaica, per il padre padrone. Come intendere, in effetti, il rigurgito fondamentalista se non come l’appello al Padre totemico, al Padre dell’orda, al Dio pazzo che può creare e distruggere il mondo quando e come vuole e che spinge i suoi fedeli ad uccidere nel nome del Bene, a fare il Male nel nome del Bene? – e, sappiamo, che quando qualcuno pensa di agire per il Bene universale non c’è più limite al Male che può causare perché quel Male è, a quel punto, fanaticamente al servizio del Bene. Il fondamentalismo è infatti, nelle sue radici, necessariamente nostalgico; esso rievoca il potere terribile del Padre che garantisce al mondo un senso a priori e alla precarietà della vita un rifugio sicuro in cambio dell’asservimento dei suoi figli. In questo caso al padre evaporato si contrappone l’immagine di un padre incorrotto, solido, onnipotente che però, in realtà, è solo una compensazione – come già accadde in Occidente nella nefasta stagione dei totalitarismi – del suo declino irreversibile. Nella psicoanalisi stessa il riferimento al quadro edipico, come quadro normativo, può rischiare di scadere nella stessa illusione ottica di un fondamentalismo compensatorio dagli effetti francamente discutibili.

Queste due letture del fenomeno dell’evaporazione del padre sono in realtà due facce della stessa medaglia: il cinismo del discorso del capitalista che promette godimento democratico per tutti anima il fantasma fondamentalista del Padre totemico, del castigo superegoico e, a sua volta, secondo una circolarità che mostra la convergenza paradossale di queste antitesi, questo fondamentalismo ospita nel suo seno l’oscenità inconfessata di un godimento senza limite (basti pensare, tra gli innumerevoli esempi che potremmo fare, all’”aldilà” così come viene vagheggiato dai militanti più spietati del terrorismo islamico: luogo di un godimento pulsionale infinito, sadiano, senza alcun freno inibitorio; luogo sadiano che rovescia specularmene il rigorismo kantiano della vita nell’”aldiqua”).

Uno dei compiti etici fondamentali e attuali della psicoanalisi è quello di offrire all’al di là dell’Edipo una declinazione differente da quella del cinismo ipermoderno e del fondamentalismo nostalgico. Innanzitutto Lacan ci ricorda che la funzione paterna è inseparabile dall’introduzione di un luogo terzo rispetto alla specularità immaginaria e al monismo del godimento entro la cui oscillazione sembra invece restare preso il discorso della civiltà ipermoderna. Da questo punto di vista la funzione paterna viene assimilata da Lacan alla funzione logica dell’eccezione, dell’almeno-uno che, essendo fuori dalla serie di cui è il fondamento, è la condizione di tenuta della serie stessa. La funzione logica del padre è quella funzione che salvaguarda, rispetto all’omogeneità simmetrica dell’identificazione e del diritto al godimento uguale per tutti, un luogo asimmetrico, terzo, eccentrico, capace di introdurre una Legge, un limite, una linea di confine necessaria ad introdurre la dimensione essenziale della differenziazione simbolica. In questo senso la funzione logica del padre è omologa a quella del linguaggio che impone all’essere parlante il vincolo della parola e, di conseguenza, una inevitabile sottrazione di godimento come condizione d’entrata nel campo stesso del linguaggio. La funzione paterna è omologa a quella del linguaggio perché introduce una mancanza nel soggetto, limitando il godimento immediato della pulsione (decretando, secondo Lacan, la morte della Cosa) e generando come effetto di questa limitazione il movimento del desiderio. Resta evidente che in tutto questo ragionamento sull’eccezione l’accento non cade su chi occupa quel luogo – il luogo terzo dell’eccezione presentificato dal sovrano – ma sulla funzione eminentemente logica di quel luogo, la cui caratteristica è proprio quella di non lasciarsi mai occupare da Uno ma di permettere differenti declinazioni operative. La funzione simbolica del padre ha anche il compito di preservare questo vuoto innanzitutto come condizione della discendenza generazionale. Senza questo elemento terzo nessun insieme – ma anche nessuna significazione – potrebbe strutturarsi efficacemente come mostra ampiamente la teoria lacaniana del Nome del Padre. Eppure questo elemento terzo non può più – nell’epoca ipermoderna – essere pensato come base ontologica o teologica ma solo come una pura funzione logica la cui incarnazione suppone una decisione senza fondamento, un atto non garantito, una presa di posizione che si può giustificare solo in se stessa, nella sua più pura contingenza. La logica che anima il discorso del capitalista punta ad annullare il carattere terzo di quel luogo mentre quella fondamentalista vorrebbe occuparlo definitivamente con la potenza di un Dio padrone o con il dispiegamento di valori ideali assoluti. In entrambi i casi il carattere terzo incarnato nel Nome del Padre viene meno. Per questa ragione uno dei temi più scottanti della nostra epoca è, infatti, quello relativo a come salvaguardare questo vuoto, ovvero a come coniugare la funzione logica del Padre con la necessità etica di incarnare questo vuoto, di dargli una consistenza esistenziale, di renderlo operativo. Mi pongo, dunque, la questione che giudico decisiva: cosa resta del Padre? Cosa può funzionare come Padre nell’epoca dell’insistenza del grande Altro, della caduta irreversibile del Padre-norma, del Padre-fondamento, nell’epoca della sua evaporazione? Come si può fare valere la logica terza dell’eccezione che consente la tenuta dei legami tra le generazioni? Come si può coniugare questa versione del Padre come custode del vuoto con la necessità della sua incarnazione esistenziale? O ancora: cosa significa trasmettere l’esistenza di questo luogo terzo in un’epoca che tende ad escluderne cinicamente l’esistenza (discorso del capitalista) o ad occuparlo abusivamente (fondamentalismo ideologico)?

Daccapo: che cosa resta del Padre nell’epoca della sua evaporazione? In che modo possiamo salvaguardare quel luogo terzo che il Padre rappresenta dalla tendenza ipermoderna alla sua cancellazione?

Ecco la mia tesi: ciò che salvaguarda la funzione terza del Padre, nell’epoca del suo declino come funzione simbolico-normativa, è la dimensione della testimonianza. Il Padre che resta, o, se si preferisce, il resto del Padre, quel resto che mantiene il suo carattere Terzo, irriducibile all’identificazione tra simili e al consumo omogeneo del godimento uguale per tutti, risiede nella responsabilità etica di offrire una risposta possibile su come si possa mantenere unito il desiderio alla Legge, su come sostenere l’alleanza tra il desiderio e la Legge. Questa risposta è la sua responsabilità radicale. E questa risposta per essere tale, ovvero per essere una assunzione etica della responsabilità, richiede una incarnazione singolare. La risposta del Padre – quella risposta che può valere non per la sua esemplarità universale (sogno che contraddistingue il padre educatore dello psicotico) ma per la sua capacità di testimonianza particolare dagli effetti non prescrittivi ma casomai solo retroattivi – esige un’incarnazione, nel senso che si oppone ad ogni retorica pedagogica, ad ogni pensiero valoriale in senso morale, ma anche ad ogni versione ideale-universale della testimonianza stessa. Questo significa che la dissoluzione dell’Edipo come orizzonte trascendentale, come orientamento morale-ideale del soggetto, deve lasciare il posto, non ad una uscita di scena del Padre, ma all’accentuazione etica, e non più trascendentale, della sua funzione. Se il padre non è più il fondamento sicuro della Legge, se non è più il rappresentante della norma che governa l’ordine simbolico, se il padre rivela la sua inesistenza trascendentale, l’abisso che lo attraversa, se esso non può più fondare il suo potere sull’egemonia del patriarcato, sull’esistenza di un grande Terzo, questa sua dissoluzione può lasciare il posto al potere dell’oggetto di godimento o alla sua stessa riesumazione nostalgica, ma può anche generare lo spazio della testimonianza comeincarnazione singolare di una soluzione possibile dell’enigma relativo a come annodare, a come tenere insieme, il desiderio alla Legge che, secondo Freud e Lacan, è l’enigma più proprio custodito nella questione paterna.

Un padre, quel che resta del padre, quel che del padre resta nella testimonianza incarnata dell’unione di desiderio e Legge pone esattamente questa interrogazione di fondo: come si può dare corpo, consistenza, spessore esistenziale, come si può oggi, nell’epoca del trionfo dell’oggetto, nell’epoca dello sbriciolamento di ogni forma di comunità, testimoniare il legame tra desiderio e Legge? O se si preferisce: come si può vivere in questa esistenza lesa, imperfetta, incompiuta, sullo sfondo dell’evaporazione del Padre, senza desiderare di suicidarsi e senza impazzire? Che cosa può essere una vita animata dal desiderio e in grado di non lasciarsi trascinare nelle spirali mortifere del godimento? Non è forse questo che un padre è tenuto ad incarnare rispetto ai suoi discendenti? Non è forse questo ciò che si chiede ad un Padre? Non è questo il cuore di ogni trasmissione, di ogni autentica eredità? Mostrami, con la tua vita, con la tua esistenza, con la carne della tua esistenza singolare, come hai potuto vivere seguendo il più coerentemente il tuo desiderio? Come hai potuto e saputo rinunciare al godimento immediato, dissipativo, illimitato della pulsione di morte per scegliere la via più lunga del desiderio e in questa via godere delle tue realizzazioni? Dimmi: come hai saputo sostenere la potenza del desiderio come potenza vitale? Ma anche: dimmi come hai potuto e saputo cedere una libbra del tuo godimento, della tua carne, come hai saputo vivere nella castrazione del tuo godimento senza sacrificio, senza il godimento del sacrificio, come hai potuto essere nella castrazione e donare, trasmettere ai tuoi figli, alle generazioni che sono venute dopo di te, una significazione possibile e creativa del desiderio?

La trasmissione di un desiderio non anonimo – che resta l’effetto essenziale della funzione paterna – non può che avvenire attraverso questa testimonianza singolare. Non attraverso la retorica educativa, né tanto meno per la via obsoleta della voce autoritaria del padrone. Quello che resta del padre è un’incarnazione possibile del nodo che tiene insieme la Legge al desiderio. Un’incarnazione che può non associarsi affatto al padre reale, al padre biologico, ma che può essere incontrata anche per altre vie: un libro, un discorso, un’amicizia, un amore, una politica, la disciplina paziente di una pratica, l’incontro con una comunità, l’incontro con…uno psicoanalista..

L’epoca della precarietà e le patologie del legame

L’epoca della evaporazione del Padre è l’epoca di una precarietà economica e materiale, ma anche di una precarietà simbolica. L’esperienza della precarietà è una esperienza di solitudine, di angoscia, di insicurezza, è una esperienza di perdita di padronanza.

La nostra esistenza è, come tale, una espressione della precarietà. Lo ricorda anche Freud in apertura de Il disagio della civiltà: l’uomo non è fatto per essere felice. La morte, la malattia, l’esistenza dell’altro uomo, rendono precaria la sua vita. Gli esseri umani si difendono dalla precarietà che li intacca per la via del legame sociale. E’ una tesi classica anche della filosofia politica: il legame civile protegge gli uomini dalla precarietà che assedia minacciosamente le loro vite.Per la psicoanalisi in generale, il legame è dunque una cura della precarietà.O, se si preferisce: la precarietà genera la tendenza al legame come un suo trattamento possibile. La clinica della nevrosi è, per esempio, una clinica nella quale viene accentuata proprio la natura protettiva (anclitica o narcisistica, secondo Freud) del legame. Il legame come esorcismo nei confronti della precarietà. La dipendenza dal legame è infatti un sintomo costante nella clinica della nevrosi quanto l’angoscia nei confronti della precarietà. In questo senso, Freud affermava che ogni nevrotico conserva sempre dei tratti infantili. Bion ha nominato questa esigenza protettiva del legame come tendenza socialistica, socio-centrica. Possiamo affermare che per questa funzione protettiva attribuita immaginariamente al legame la clinica della nevrosi si configuri come una clinica della patologia del desiderio. In sintesi si può dire che la patologia nevrotica del desiderio rende il proprio desiderio incapace di concludere, incapace di realizzazione, di soddisfazione, insomma, inconcludente. Il desiderio nevrotico è un desiderio che soffre per il suo essere inconcludente. Tuttavia, questa sofferenza per la propria inconcludenza diviene anche un luogo di godimento. Il nevrotico è colui – come ci insegna la clinica lacaniana della nevrosi – che gode dell’impossibilità o dell’insoddisfazione del desiderio. Nei Complessi familiari Lacan definisce con precisione nel culto dell’impotenza e in quello dell’utopia i due versanti cruciali della patologia nevrotica del desiderio, i due modi attraverso i quali il soggetto nevrotico conduce il proprio desiderio al fallimento. In entrambi ritroviamo l’idea freudiana che nella nevrosi il desiderio soccomba allo “strapotere della realtà”. L’impotenza consiste in una non realizzazione del desiderio che avviene per assenza di forza sufficiente, per inadeguatezza, per insufficienza fallica del soggetto di fronte, appunto, a questo strapotere. L’utopiainvece è una non realizzazione del desiderio che si sostiene sull’ideale e sulla posizione dell’anima bella, dunque sull’evitamento del reale. Anche in questo caso il soggetto è in difficoltà a contrastare efficacemente lo “strapotere della realtà”. In entrambe le posizioni ciò che si manifesta è la necessità della difesa dal desiderio, o, se si preferisce, la difficoltà del soggetto ad assumere il proprio desiderio. Il soggetto arretra di fronte alla possibilità di manifestare con decisione la forza del suo desiderio. Prevale l’esigenza socialistico-conformista del legame (nevrosi ossessiva) o il lamento dell’insoddisfazione di ogni legame (isteria). In realtà il legame nevrotico è sempre un legame impotente o utopico. E tuttavia il nevrotico esige il legame, è sempre alla ricerca di un legame, dipende dalla domanda dell’Altro. La clinica della nevrosi non è una clinica dello slegame, della dissoluzione cinica dei legami, che invece, come vedremo meglio fra poco, costituisce il cuore del discorso del capitalista e della nuova clinica, ma è una clinica animata della necessità del legame anche se questa necessità rischia di indebolire la forza singolare del desiderio. Più precisamente, il legame funziona per il nevrotico come una difesa dal reale. Impotenza e utopia sono effettivamente due difese nevrotiche dal reale. Nella clinica psicoanalitica la struttura nevrotica è la struttura che più massicciamente si difende dal reale, dunque che più massicciamente ricerca i legami come argini protettivi contro l’incandescenza del reale. Per questa ragione di fondo il legame può tendere a diventare a sua volta sintomatico. Il legame, cioè, può assumere la forma del sintomo; diventa per il soggetto il luogo di un trattamento privilegiato del reale. Nondimeno questa riduzione sintomatica del legame tende a produrre nel soggetto nevrotico insoddisfazione. E’ qualcosa che la clinica conferma regolarmente: il legame nevrotico è segnato dall’insoddisfazione, dall’insoddisfazione dell’impotenza e dall’insoddisfazione dell’utopia. Non riesco mai a stare come vorrei nel legame (impotenza); sogno sempre un legame diverso da quello in cui sono (utopia).

La clinica della psicosi invece è una clinica dell’attacco al legame, del rifiuto del legame, della rottura del legame, dello scatenamento (déclanchement). La parola dello psicotico, afferma Lacan, rinuncia a farsi riconoscere, la sua libertà, precisa sempre Lacan, è solo negativa. E’ una libertà solo negativa perché punta a recidere ogni legame con l’Altro, ad escludere l’Altro. La libertà del folle vuole rigettare ogni forma di debito e di alienazione. E’ libertà che si vuole come assoluta. Dunque è un delirio della libertà. Tuttavia, la clinica della psicosi non si caratterizza solo per questo strappo nei confronti del legame sociale – lo schizofrenico è colui che diserta il legame come limite alla precarietà, che sceglie la precarietà piuttosto del falso accomodamento nei legami – ma è anche una clinica della cementificazione del legame. Jacques Lacan, pone nella figura della “psicosi sociale”, in linea con le ricerche cliniche di Helene Deutsch sulle personalità “come se”, di Winnicott sul “falso sé”, di Bollas sulle personalità normotiche, una corruzione del legame sociale che si sviluppa non tanto come una rottura traumatica con la realtà ma per un eccesso di identificazione alla realtà. In questo caso l’attacco al legame non si manifesta tanto come disgregazione, frattura, rottura del patto simbolico con l’Altro, ma come immedesimazione acritica al sistema dell’Altro, come adesione olofrastica alle sue insegne sociali. Le patologie del legame possono dunque essere patologie del desiderio (sacrificato alla sopravvivenza sintomatica del legame, come accade nelle nevrosi), patologie del rifiuto o della rottura del legame(dove è il legame che viene distrutto dal godimento dissipativo, non normato dalla castrazione, come accade nelle psicosi deliranti), ma anche patologie dell’irrigidimento identificatorio del legame, come avviene nella clinica delle psicosi. Mentre la prima patologia preserva la precarietà del soggetto, la precarietà del soggetto diviso, del soggetto come mancanza a essere, del soggetto del desiderio, la seconda e la terza segnalano un collasso del soggetto diviso. La figura dello psicotico che rompe le catene del significante o quello che si assimila socialisticamente ad un significante identificatorio, coincidono nel porre il legame – la sua distruzione come la sua iperdeterminazione – come alternativa al desiderio. In questo senso la clinica psicoanalitica mostra gli effetti distruttivi provocati dal legame che si frattura, ma anche gli effetti, altrettanto distruttivi, del legame che diventa laccio, lega, fascio, del legame che abolisce lo spazio comune. In questi casi il legame non frena il godimento ma diventa, secondo logiche diverse, luogo di un godimento mortifero. E’ il cuore psicotico della psicologia delle masse.

*Psicoanalista, è docente di Psicologia dell’Arte all’Università degli Studi di Bergamo. Fondatore di Jonas, centro di ricerca psicoanalitica per i nuovi sintomi.

 

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Un pollo per amico!

Finalmente sono arrivate nel nostro pollaio (la reggia per gli amici) 12 splendide galline rhode island, che ieri per la prima volta hanno avuto un incontro ravvicinato con 3 bambini, 2 ragazzi  e rispettivi genitori!
Le galline ancora in fase di adattamento nel nuovo alloggio hanno fatto dono ai visitatori di ben tre uova fresche fresche di giornata!

Inizia quindi bene il nuovo progetto “un pollo per amico”, e speriamo che possa continuare sempre così!

Per chi non conosce il progetto può trovare informazioni inerenti al link: http://assgrazie.wordpress.com/progetti-in-corso-dopera/un-pollo-per-amico/

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Il mercoledì di riflessione

L’Oltre e l’economia:

Se l’oltre dei giovani si è completamente alterato rispetto a quella categoria pura che raccoglie tutti i sogni, le ansie-attese e aspettative, c’è un Oltre che non essendo del tutto deviato resta tuttavia annichilito dentro nicchie di soprav-vivenza. Mi riferisco a quell’oltre che privato della sua naturale libertà resta incatenato ai dettami di questa o quella economia: l’Oltre del denaro.

Le politiche economiche che negli ultimi anni sono state adottate da questo o quel paese non fanno altro che denunciare una crisi che sta colpendo l’intero globo. Nazioni ridotte sul lastrico, economie prima potentissime ora aggrappate a minimi barlumi di speranza, borse che gettano nell’instabilità l’intera economia globale. Dagli Usa alla Grecia nessuno sembra totalmente indenne a questa crisi economica. La parola d’ordine è: tagliare.

Tagliare sembra l’unica possibilità per evitare tracolli che minerebbero non solo l’aspetto economico, ma l’intera struttura sociale. Però che cosa si portano dietro questi tagli? Quali settori sono maggiormente colpiti? Ancora: La gente comune, quella che non decide gli orientamenti economici da seguire, come vive tale crisi?

Prendendo il caso italiano non è un mistero che i settori più colpiti siano l’istruzione e il sociale. Forse è vero che tali settori non sono stati colpiti direttamente, ma è anche vero che delegando prima gran parte del potere amministrativo alle regioni e tagliando poi i fondi a queste ultime è inevitabile finire per toccare anche gli aspetti sopra citati. Ora, se si tagliano fondi all’istruzione e al sociale, quale speranza resta di poter costruire un domani? Detto in termini più vicini ai concetti qui riportati: senza istruzione e assistenza a chi ne ha più bisogno, com’è possibile coltivare il sentimento dell’Oltre?

Se l’Oltre racchiude i sogni dell’uomo, come lo si potrà tenere in vita se l’uomo non disporrà più della possibilità di realizzare il proprio sogno, o meglio, la propria essenza?

Il lavoro indubbiamente è ciò che realizza l’uomo e gli permette di costruire la propria vita secondo il suo personale progetto, ma se tale lavoro diviene una gabbia, poiché gestito da aguzzini avidi di potere anziché da uomini, come potrà l’uomo trovare la sua realizzazione in esso. Se il lavoro diviene l’unica fonte di sussistenza ed anche quest’ultimo viene a mancare che cosa resterà all’uomo? Dove sta portando questa economia malata che affama chi ha già fame e sfama chi è già satollo? Come possiamo definire un genere di prima necessità, se in alcune parti del mondo tutto è di prima necessità? Dov’è la ragione in un mondo spaccato dalla separazione per censo? Uguaglianza, ripartizione, economia globale ecco i falsi nomi della fame. Questa è l’economia che nega l’Oltre, che lo tiene imprigionato, che lo fa divenire come un cane rabbioso serrato nello spirito dell’uomo.

La rabbia è l’unico sentimento che si alza da questi popoli senza più nulla, da quegli uomini che si vedono portare via tutto perché una “logica” di mercato ha deciso che per loro non c’è più posto. Questa è la logica priva di pensiero. Questa è la non-logica dell’economia.

Un uomo non è un numero e tantomeno un patrimonio. I soldi in questo caso sono come l’esperienza che taluni vantano. Un vanto da stolti ipocriti che sopravvivono appollaiati sulle spalle di altri.

L’uomo, dunque, che si trova nell’impossibilità di governare tale fenomeno economico, non può che cedere alle logiche del mercato e svendere il proprio Oltre. Nascono così mercati interi di venditori di sogni ambulanti. Nella più rosea delle situazioni tali mercanti vendono sogni e guadagnano una percentuale su questi; nella quasi totalità dei casi, invece, il venditore di sogni sfrutta il neo sognatore inesperto e ottiene ciò che più ama, i nuovi sogni: i soldi.

L’economia-mondo schiaccia inesorabilmente l’economia-uomo in un folle tentativo di deumanizzazione incentivato dalla perdita della propria cultura come base e fondamento della società. La possibilità di costruire il proprio futuro in maniera armonica viene cancellata all’uomo sostituendola con un bieco narcisismo destrutturante. L’autorealizzazione diviene l’arma operante del Nulla che svuota di senso il sogno lasciandolo marcire come un grappolo d’uva dimenticato durante la vendemmia. L’economia basata sul lavoro non esiste più, dobbiamo ormai salutare un’altra economia basata sul futile, sull’imbroglio, sull’apparire.

Il nemico si nasconde dietro talmente tante maschere che diviene quasi intangibile, impercettibile. Il nemico gioca ad un gioco al quale l’uomo non può giocare fino in fondo. La nuova economia mina le basi di quegli uomini che non possono sperare di mutare la propria sorte che con l’utilizzo sapiente delle finanze, ma tale saggio utilizzo diviene improponibile nel mondo cangiante della nuova economia. Nel travolgente mutare di mese in mese, tale economia infrange ogni solidità e ogni certezza e scaraventa l’uomo in un oltre fluente che non lascia possibilità di fiatare.

L’oltre è dunque legato all’economia nella misura in cui questa consenta o meno di essere educati ad esso. L’Otre nutre i sogni e le aspettative, ma se l’uomo viene svuotato di queste per l’Oltre quale futuro può esserci?

Se il pensiero dell’uomo deve essere libero e non può essere ingabbiato all’interno di stie sempre più ristrette, perché si procede a tale successione di tagli i quali non fanno altro che incatenare?

Tali interrogativi appaiono enormemente inquietanti e più inquietante è il cercare una risposta. L’uomo comune dunque preferisce non indagare e si lascia stritolare in una morsa sempre più stretta che non lascia altra scelta a volte che la scelta-non-scelta della morte. Questo non è l’Oltre pedagogico, questo è l’Oltre del Nulla, l’Oltre che nella realtà resta radicato al presente e fossilizza nell’istante un’intera vita.

Chi è questo nulla? Questo nulla siamo noi, ogni qualvolta cediamo ad un realismo marcio e dimentichiamo l’essenza della meraviglia che è celata in noi. Questo nulla siamo noi quando all’economia del sogno, dell’Uomo, dell’Oltre contrapponiamo un’economia dell’istante, dell’apparente, del soldo.

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Il mercoledì di riflessione

Cosa resta della Speranza?

 

Frasi fatte come “ la speranza è l’ultima a morire” ci sembrano sempre inutili aforismi atti ad incoraggiare magari in momenti di difficoltà talune persone. In realtà così facendo sminuiamo la reale potenza che la realtà esercita nella nostra ed altrui vita. Che cosa resta all’uomo se non la speranza. Ogni azione, ogni ansia-attesa, ogni istante è contraddistinto dalla speranza. La speranza che una determinata situazione si risolva; la speranza che un’attività intrapresa vada avanti nel migliore dei modi; la speranza che domani quel sole, che, ora, al tramonto muore, risorgerà.

La speranza se ad essa ci si affida è un sole rispendente che permette all’uomo di proseguire il suo percorso. Non è un cieco fideismo in qualcosa di totalmente trascendente, la speranza è, al contrario, immanente e totalmente tangibile.

L’uomo che si svuota della sua speranza perde se stesso in un nulla cupo dal quale difficilmente riuscirà ad uscire. La speranza è il vero motore che spinge l’uomo in ogni direzione da lui conoscibile: verso l’Altro, verso la cultura, verso il pensiero, verso il gioco, verso la comunicazione interna ed esterna. L’uomo non possiede mai la certezza, il certo, il perfetto non sono propri dell’umano. L’uomo possiede, però, la speranza che getta i suoi raggi sui passi futuri che l’uomo compie.

Ora date alcune caratteristiche della speranza, senza volerci sospingere oltre nell’indagare su di essa e lasciando a ciascuno il compito ed il piacere di riscoprire la propria speranza, giacché in ciascuno la speranza si manifesta in maniera diversa e porta a moti diversi, non ci resta che cercare nell’odierno cosa resta di questo motore insito nell’uomo.

Se ci accostiamo al mondo oggi non sembra che la speranza abbia un ruolo predominante come invece dovrebbe. Dall’economia al sociale, dal lavoro alla famiglia, dai giovani agli anziani in ogni angolo è insito un tetro lembo di marginalità: la marginalità è il contrario della speranza.

Tale marginalità compie la segregazione dell’uomo in margini, in lembi esistenziali che portano tutta la potenza possibilistica dell’uomo a marcire, ad imputridirsi ed infine a morire. L’uomo privato del suo essere in possibilità muore a sua volta. Ogni azione che l’uomo compie è fatta nella speranza di giungere Oltre a qualche cosa d’altro. Se il mercato o qualche altra realtà tolgono all’uomo questa speranza all’uomo non rimane che un bieco ripetere azione su azione per rendere grazie al mercato o alle altre dinamiche che sfondano l’atto costitutivo dell’uomo e lo rendono solo un ripetitore. Non è facile accorgersi che nella corsa sfrenata di questo tempo ci stiamo attorcigliando dentro un cappio sempre più, ma è facile percepire un’assenza dentro noi che ci lascia senza appiglio e ci sembra di soffocare.

Se dovessimo continuare su questa riflessione forse ci troveremmo sconvolti nella ricerca sempre più costante di questa speranza, ma non è questo il luogo né il tempo in cui mi soffermerò maggiormente sulla concezione di speranza. L’intervento di oggi vuole solo essere un trampolino di lancio dal quale spiccare agilmente un balzo nelle nostre profondità per interrogarci e analizzare attentamente cosa sia la speranza per noi ed ancor più come essere portatori di speranza per gli altri. Quale speranza portare? Come portarla? E chiederci soprattutto cosa resta della speranza?

 

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Il mercoled’ di riflessione

Giovani “marginali”

In circolazione nella notte, senza meta, senza cammino; non sanno dove vanno, ma devono andare. Il giorno dopo diranno di non essersi divertiti, ma potranno dire di esserci stati.

«Ma dove sei stato ?»

«Sono stato là … »

«Là dove ?»

«Nel cuore della vita.»

«E cos’è per te la vita , o meglio dov’è?»

«La vita è fare casino, dove c’è casino c’è vita!»

Il fiuto per la ricerca di questa “Vita” non manca certo. Trovano sempre il posto giusto, sempre il posto migliore per “vivere”. La loro vita è come quella delle farfalle, dura un giorno, o meglio, una notte sola. Il mattino poi verrà comunque. Qualsiasi notte essi trascorreranno il giorno spunterà nuovamente e se non spuntasse comunque loro potranno dire di aver vissuto.

Il futuro è un ideale lontano e proprio perché lontano: inutile. Perché preoccuparsi? Se verrà questo futuro sarà già divenuto presente e il presente loro sanno bene come renderlo passato. Ogni giorno è una pagina bianca, nuova, un nuovo file da riempire il più possibile vivendo un “ carpe diem” rivoluzionario, privo di qualsiasi discernimento, l’importante è riempiere il file e poi salvarlo in un ignoto hardware. Il file salvato non verrà mai più guardato. Il passato è un inquietante presenza sempre alle spalle, pronta ad aggredirci, sempre pronta a dirci chi realmente siamo. Dunque è bene distruggere la memoria, resettare tutto il più spesso possibile, distruggere le proprie orme lasciate sin qui perché nessuno possa conoscerci.

La storia non è capace di insegnare nulla, come del resto chiunque altro. Non servono loro dei maestri perché loro stessi sono già maestri. Ognuno è maestro di sé stesso, perché solo loro credono di conoscersi fino in fondo: dunque chi può dir nulla? Ognuno per sé e nessuno per tutti. Chi può indicare un sentiero, una viuzza? Loro conoscono già l’autostrada, se si schiantano è perché loro lo avevano previsto.

«Io sono fatto così»

«Ma puoi cambiare puoi far si che ciò che ora è un difetto diventi un pregio, lo sai?»

«Siete sempre pronti a parlare voi … tanto IO sono solo».

La vita: finché c’è sono felici di esser-ci, ma di quale vita si parla? Forse stiamo assistendo ad una evoluzione della vita, ad una sua specializzazione, ad una settorializzazione. Ciascuno ha un brandello di vita, vive solo quello. “Tu che vita vuoi fare?” Questa è la domanda che le nostre madri, i nostri padri, i nostri preti, i nostri insegnati ci ponevano fino ad ora, ma forse sarebbe meglio modificare e chiedere “ Quale tra questi pezzi di vita scegli?”.

Il catalogo è ampio e i criteri di scelta i più svariati, ma molto spesso le loro sorti sono affidate alle mani del caso, della sorte, dalla quale si lasciano trasportare senza cura verso il lembo di vita loro destinato.

Il loro interesse più grande è sentirsi vivi e per sentirsi così sperimentano i modi più svariati, lo sballo, le droghe, l’alcool, lo stordimento fino a raggiungere i limiti tra il conscio e l’inconscio, fino a giungere a vivere sempre su una sottile linea tra vita e morte.

A loro piace giocare senza schemi, ma in realtà, sono sempre alla ricerca di regole; si credono vagabondi, ma sono degli irriducibili casalinghi; cercano di evadere, ma sono sempre più prigionieri di enormi tristi gabbie che si creano da soli. “Uomini fatti da sé”, ma sono uomini fatti da sapienti manipolatori.

Io non controllo la tua vita, voglio solo sapere sempre dove sei”. Potrebbe sembrare il richiamo di un genitore premuroso, invece no, non è un genitore.

Premuroso, onnipresente, sempre pronto a coglierti in fallo. Ha mani calde e ti avvince con parole di conforto. Ti fa credere di essere Dio come l’originale serpente tentatore, ma poi ti abbandona là in un sentiero ignoto dal quale non sai uscire. Ti lascia là in quel margine di vita dal quale non sai più uscire, il “Nulla” ti marginalizza!

Per cercare di uscire sei costretto a ripetere forsennatamente la via che il nulla ti ha mostrato, sperando di riuscire a superare il punto dove sei stato abbandonato, ma non ti rendi conto che ti stai marginalizzando sempre più. Ormai sei dipendente dal nulla e per non sentire la solitudine che ti ha lasciato dentro quel maestro silente ti avvolgi in un rumore assordante, quasi la sordità non ti lasciasse sentire il pesante rumore del vuoto creatosi in te.

Il tuo senso non esiste più, il tuo significato è quello di stare su quel margine, di perdurare la vita in quella specifica zona, di vivere solo quella.

I margini sembrano tanti, sembra un lenzuolo infinito i cui lembi si moltiplicano man mano che cerchi di afferrarli, che cerchi di dargli un ordine. E’ sfuggente la vita e loro, se la fanno strappare di mano senza impiegare una minima resistenza.

Gli adulti li marginalizzano rinchiudendoli dentro caselle ben delineate, hanno paura che i giovani siano autentici e vivano autenticamente. La fobia per ciò che l’altro può essere ormai dilaga. Ciò che sfugge, ciò che scappa dal nostro controllo non funziona, va incasellato e così emarginano il “diverso”, ma diverso diventa anche chi instancabilmente cerca di seguire una via per il centro, un sentiero per quella vita vera che non vive nel rumore, ma gioisce nel silenzio. Quel silenzio che costantemente colloquia con la nostra più intima umanità, quell’ umanità che fonda la nostra formazione e la nostra educazione, insomma quell’umanità che ci radica al centro della vita, che ci fa divenire abitanti della vita.

Le motivazioni di tale marginalità dipendono sia da cause endogene sia da cause esogene ed immancabilmente tali cause si intersecano intrinsecandosi nell’uomo e non lasciandogli via di uscita.

Tornando indietro di una generazione potremmo trovare quegli uomini che oggi sono genitori e da lì dobbiamo partire per ricercare la genesi della vita al margine.

Una generazione spaccata tra la rigidità e la disperata voglia di libertà, tra catastrofico senso di fatalismo e modernità spinta all’estremo. Da tali conflitti vissuti interiormente dagli adolescenti di allora, ormai adulti, nasce una tendenza di emarginazione che scaglia il diverso in un universo di indifferenza e tende ad aggregare i simili. Questi restano tuttavia degli irriducibili singoli che si percepiscono soli e non unici, che credono ormai di vivere in un’emarginazione totale e totalizzante.

Potremmo dunque dire che da una generazione di emarginati è nata una generazione di marginali. Solo questo potevano fare: rassegnati alla vita pur volendola vivere in pienezza, gli adulti non cresciuti caricano sul figlio il loro disagio costringendoli a vivere nel margine di quello.

Il lenzuolo si allarga, pertanto, e allontana sempre più dal centro, scosta sempre più da quella vita silenziosa e pura che aspetta solo qualcuno che sappia attraccare nei suoi porti.

La caduta degli ideali di qualsiasi genere, buoni o cattivi, è dovuta ad un disinteresse apatico che rende neutro ogni segnale esterno e rende indispensabile l’appagamento unico di ciò che viene da noi. Senza controllo, senza pudore, diamo libero sfogo non tanto a ciò che siamo quanto a ciò che ci piace essere. L’umanità ferita, rabbiosa, mostra tutta la sua brutalità lasciando fuoriuscire l’odio che quell’ospite inquietante genera1 in loro. Un’esplosione prorompente di dis-umanità che de-forma l’uomo e lo lascia vinto con l’illusione di essere vincitore.

L’ hanno definita società dell’incertezza2, ma forse sarebbe più corretto definirla società dell’auto-certezza, dove ogni uomo vive di sé stesso finendo poi per vivere per sé stesso. Tuttavia dobbiamo aggiungere, a questa estinzione dei valori, una repulsione totale per la ricerca in sé di se stessi.

Nessuno ormai vuole chiudere gli occhi esterni e aprire quelli interni, ripiegarsi all’interno di sé per poi uscirne esaurientemente consapevole della propria umanità. Dal viaggio in sé stessi poi si potrebbe passare al viaggio verso l’altro. Qui diverrebbe indispensabile la capacità di svuotarsi e di lasciare entrare lo straniero nelle nostre stanze. Si giungerebbe così a non aver paura di mostrargli tutta la casa che siamo, anche quelle stanze che sono più sporche, giacché dal viaggio in sé dovremmo essere tornati pienamente liberi da ogni paura verso ciò che siamo. Ma all’umanità vinta, all’umanità sconfitta, o meglio da quell’umanità che si è lasciata convincere dalla propria sconfitta da quel premuroso padre non padre, chi annuncerà con verbi nuovi, con parole reali e senza menzogna la via maestra per la vita? La giusta traiettoria per quel centro che candido si mostra appena usciti dal margine? Chi avrà l’ardire di essere scandalo per questi giovani marginali e di sconvolgere quel turbinio del nulla del quale sono prigionieri?

La vita non ha bisogno di eroi, di paladini, si difende da sola e sa sbaragliare il marginalizzatore donando sogni, utopie che possono divenire τόποι riscattanti, che spezzano quelle catene che tengono al margine, che divengono vento verso la vita.

Il coraggio di credere in un futuro di speranza dove rimane accesa quella luce di streben, dove non conta la facciata del nulla, ma il faccia a faccia della realtà effettuale vissuta autenticamente. Giovani marginali, isole di isole, connesse eppure scisse da margini troppo lontani per essere avvicinati. Divisi in gruppi schematici con nomi precisi. Dal margine non ci si sposta! Si è schiavi senza speranza.

Proprio perché senza speranza, si aggrappano al primo ramo che galleggi nel mare dove sentono di affogare, non importa come sia il ramo, l’importante è che li sorregga per un certo periodo e dia loro la parziale sicurezza di riuscire a navigare.

Tuttavia resta quell’ “Aratro senza buoi”3 che non si smuove, che assordato da un’ebbra quiescenza si abbandona ad un oblio trasudante menzogna. Perdendo l’abitudine a quel pensiero lungo che riesce a collegare i lembi scissi, ci si rifugia nel pensiero corto che radica in un presente eterno scevro di ogni aspirazione e ricordo.

Un cadenzare lugubre che suona da morto eppure la chiamano vita, il margine è stretto e i passi che sono permessi, pochi dunque, la ripetitività diventa vita, ma allo stesso tempo la noia e la necessità di sperimentare sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che vada oltre il limite, ma qual è il limite? Dove finisce quella linea che definisce l’uomo? Se non si conoscono le nostre stanze come possiamo definire il limite estremo? E se non ci fosse più nulla di appagante dove cercherebbero? Dipendenti dalle esperienze rischierebbero forse di andare in crisi di astinenza e di perdersi ulteriormente in quel margine, unico limite che non vogliono superare perché ormai la paura paralizza le loro mosse.

Il coraggio che vogliono ostentare basato sulla violenza si sgretola davanti ad un comportamento di vero coraggio. Davanti a chi sta affrontando il vero viaggio verso la vita si assiste ad un crollo che abbandona loro nell’incertezza. La derisione resta la loro unica e ultima forza, l’arma suprema per riprendere quel coraggio di facciata che li priva di ogni autentico contatto.

La società dell’irreale, dei contatti persi, dei monitor viventi, dis-educa alla consegna di sé all’altro, nell’incontro non resta nulla. Le parole non suscitano emozioni, resta un lungo e freddo silenzio rotto dal clic del roditore a due tasti. Ogni elemento sospinge verso il margine e nessuno ha la forza di sottrarsi all’intricato vortice del nulla che assorbe senza lasciare traccia. Non è una scelta conscia è solo un restare passivo che trascina e squarcia e senza che l’uomo lo sappia è privato dell’umanità.

La malattia del Nulla segna un nuovo traguardo e, come le droghe ormai sempre più raffinate, raggiunge livelli che lasciano sgomenti.

I giovani marginali vagano in una notte che non ha speranza di luce. Solo l’autentico vivere può essere decollo verso la rottura della linea di segregazione, solo l’accettazione totale della propria umanità può rendere liberi dalla massificazione marginalizzante, solo la significazione autentica di ciò che circonda, può ridonare la freschezza di una vita reale priva di maschere faziose ed artificiali.

Ogni malattia in quanto tale, tuttavia, porta in sé la speranza della guarigione e nella speranza va riposta tutta la certezza di un aumento di fiducia nel futuro e nella cifra umana di ciascuno di noi. Senza speranza, certezza, e fiducia, senza aver rotto il nostro personale margine a poco varranno le nostre sole forze, le nostre singole voci per richiamare dal margine quei giovani viaggiatori.

1 L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani – U. Galimberti, Feltrinelli 2007.
2 La società dell’incertezza – Z. BAUMAN, Il Mulino 1999

3 Lavandare – G. Pascoli.
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Il mercoledì di riflessione

L’Oltre come categoria pedagogica «Che cos’è l’oltre?»

Domandò ancora l’anziano saggio al suo uditorio. Un ragazzo senza indugio prese subito la parola «L’oltre è il superare ogni limite, confine, traguardo». Il saggio ascoltò in silenzio. Un padre di famiglia, allora, decise di provare «L’oltre è l’andare oltre. Ossia il portare la propria famiglia oltre i momenti difficili, le situazioni di pericolo e di rischio». Il saggio ascoltò in silenzio. Un anziano dunque schiarendosi la voce prese la parola. «L’oltre è ciò che è al di là di questa vita. Oltre è ciò che ci aspetta dopo». Il saggio ascoltò in silenzio anche questa volta. Da dietro un uomo molto corpulento un esile bambino si alzò e si fece pian piano avanti. Il saggio lo guardò con curiosità. Il bambino lentamente prese la parola e disse «L’oltre è ciò che fa si che il sogno di oggi sia. L’oltre è l’ansia-attesa di ciò che sarà. L’oltre è il sentimento che sospinge le nostre ali verso il futuro mentre le nostre zampe sono ancora rivolte verso il passato. L’oltre è una curiosità di sapere. L’oltre è quella certezza inconscia, ma essente, che ci fa affermare ad alta voce che quel sole che, ora, al crepuscolo, muore dietro la linea dell’orizzonte, domani all’alba risorgerà trionfante recandoci un altro domani. L’oltre è la speranza.» Il saggio ristette un istante poi il suo volto si sciolse in un sorriso. «Chi sei?» Chiese al bambino «Io sono l’oltre». Il saggio girò la schiena al bambino e alla folla e si mise a contemplare l’orizzonte.

Oltre. Se chiedessimo il significato di questa parola a mille persone e poi ancora a mille, otterremmo mille e ancora mille definizioni, mille accezioni, mille modi diversi di interpretare un singolo semplice vocabolo. Eppure se riflettiamo sulla parola oltre ci dovremmo rendere conto di quanto essa sia una costante nella nostra vita, di quanto oltre sia un termine che si interseca intimamente con la nostra quotidianità. Espressione come: “ Oltre a ciò”, “Andare oltre” “Oltrepassare”, “Cosa viene oltre” sono distintive del nostro dialogare quotidiano. Tuttavia, nonostante un uso così cospicuo del lemma Oltre ci è impossibile tracciarne una significazione definitiva e chiarificante. L’Oltre nell’epoca in cui viviamo subisce alcune alterazioni architettate ad arte da mani sapienti e ingannevoli. Forse è da ciò che nasce l’ambiguità di significazione. Nondimeno l’Oltre fornisce di sé una descrizione fortemente lucente e chiara. L’Oltre è parte dell’uomo. L’Oltre è così fortemente legato a quella cifra di umanità che in-abita e alberga dentro ogni uomo che difficilmente ci si potrà staccare da esso per cercare di cogliere nell’essenza la formazione e l’educazione dell’uomo. In tale senso l’Oltre è una categoria pedagogica. L’Oltre consente di approfondire lo scavo nello svelamento di quel mistero insondabile che è l’uomo. L’Oltre è parte costituente e costitutiva della letteratura dell’uomo. Con la domanda “qual è il tuo oltre?” si può accedere a tutto un universo, quell’universo che resterebbe celato altrimenti dentro l’uomo. L’Oltre è esondante di aspettative e sogni, di ansie-attese, di futuri possibili, di potenze divenute atti. L’Oltre richiama tutta quella alterità che rende il nostro mondo una sfera in continua evoluzione, che sospinge il nostro spirito verso il centro della vita e dell’essenza. L’Oltre è il maestro della pedagogia della speranza. La speranza è la vita. La vita è l’uomo. Se l’Oltre perde il senso autentico ecco che si assiste ad una rottura talmente profonda tra l’umano e la sua essenza che difficilmente potrà portare ad una tras-formazione dell’uomo. Se l’Oltre trova la sua oggettivazione nello spirito dell’uomo e conosce la sua soggettivizzazione nella formazione dell’uomo allora diverrà, certamente, un fiume impetuoso entro il quale scorre l’identità stessa dell’uomo. L’Oltre traccia i confini ultimi dell’uomo. Traccia il suo traguardo finale e la su aspettativa o meno in un Oltre – vita. L’Oltre segna inesorabilmente i limiti entro i quali l’uomo si muove, ma ne segna anche la possibilità di superamento. Educare all’Oltre significa educare a vivere armonicamente con se stessi, con i propri sogni e aspirazioni; significa educare a non aver paura del futuro, significa imparare a pro-gettarsi nel mondo, significa educare all’essenzialità più intima di sé. Lo stretto rapporto tra educazione, formazione e Oltre è evidente se si analizzano le deviazioni che il termine Oltre subisce oggigiorno. Se l’Oltre viene depredato del suo senso non diviene più baluardo della speranza, ma mero vessillo del Nulla. L’Oltre dei giovani: Oltre è il termine dei giovani di quest’epoca: andare oltre ogni limite, superare ogni barriera dettata dalla legge o dalla cultura locale fino a giungere al voler superare perfino i limiti della natura. Il moltiplicarsi di discipline sportive in cui il fattore rischio sia l’elemento fondante è palese dimostrazione di quanto il desiderio di oltre nella gioventù sia grande. Bisogna tuttavia domandarsi di quale oltre si tratti. Da dove nasce quest’esigenza estrema di superare i limiti? Da quale riflesso dell’anima sorge il voler mettere alla prova il proprio corpo, inteso come fisicità e spiritualità, in attività che recano danno a sé? Di sospinge un giovane di 14 anni in una discoteca o in un pub per poi fargli assumere sostanze che estraniano da se stessi e lasciano solo un pallido contorno dell’uomo che si è? Chi si assumerà la responsabilità di aver permesso ad uno spirito giovane di “sfasciarsi” e di divenire un morto ancor prima di nascere? È veramente questo l’oltre? L’oltre inteso come sfondamento di ogni limite senza una seria presa di coscienza di ciò che si sta facendo; l’oltre di chi, distrutto in una realtà dai riflessi agghiaccianti, cerca rifugio in un oltre “alterizzante”, in un oltre che cancella i confini del mondo e dell’umano e cede alla macabra danza del Nulla; l’oltre che cela l’essenza stessa del futuro e radica prepotentemente nell’istante la vita; l’oltre che non è più oltre, ma solo mera ripetizione di schemi abilmente in-segnati con subdole armi mascherate da amiche; l’oltre che diviene nullificazione dell’essere e annichilimento dell’umano per lasciare spazio ad un oltre – uomo tanto lontano dalla concezione che di esso aveva Nietzsche da far inorridire chi cerca di attribuire ad esso tale nomea. L’oltre dello sballo, della bevuta senza mezzi termini, del sessismo sfrenato, di chi costruisce un’economia basata sulla perversione dell’uomo; l’oltre di chi travalica i naturali confini del corpo, non già per un desiderio irreprensibile di volare, ma per il gusto di visitare i propri limiti; l’oltre che diviene nemico da combattere e da reprimere: ebbene questo oltre non è oltre. Tale oltre non è pedagogicamente accettabile. Questa è la perversione dell’oltre che oggigiorno viene in-segnata nella gioventù, quella gioventù che dovrebbe essere l’Oltre del mondo. La causa di una ricerca eccessiva di oltre nel senso sopra descritto, va senza dubbio ricercata in un malcontento, in una delusione cocente in ciò che la realtà odierna propone. Non si fugge se non da ciò che ferisce, umilia, spaventa. Cosa può spingere però a fidarsi così ciecamente del Nulla che ingabbia e non consente di fuoriuscire dal margine in cui ti rilega? Qual è il timore più grande di questi giovani? Da cosa scappano? Chi ha dato la prima coltellata facendo in modo di ferire la realtà odierna e di farne una schiava anziché una lieta annunciatrice di libertà? Libertà. Ripercorrendo la storia di tutti i più grandi pensatori del novecento (Scheler, Simmel, Stain, Goethe) è inevitabile rendersi conto di come la libertà sia sempre citata come valore assoluto e indispensabile per la cultura e il pensiero: per la crescita armonica dell’uomo. Il pensiero poi viene sempre interpretato come ciò che ci distingue dalle fiere e tutto viene visto come un edificio che cresce armonicamente sorretto da libertà e pensiero, tale edificio si chiama: uomo. Ora, se è vero che odiernamente si crede di vivere in un’epoca che ha fatto della libertà personale il suo baluardo, com’è possibile che così tanti scelgano di auto-ingabbiarsi in dipendenze sempre più perverse e sofisticate? Forse la tecnica a eliminato l’uomo? Con una rapidità e repentinità inaudite ci stiamo abituando alle forme più devianti di divertimento. Con una velocità ancor più sorprendente vengono immessi sul mercato del “divertimento” strumenti per oltrepassare le soglie dello sballo precendenti. Nessuno, tuttavia, osa porre un freno a tutto ciò. Ci si accampa dietro scuse recuperate dal repertorio più classico di chi non si assume la propria responsabilità nei confronti della società in cui vive. “Sono giovani”, “Sono nell’età balorda”, “Vedrai che cresceranno”, “sono stressati”, “è la crisi adolescenziale”, “lasciali divertire”. Madre, padre, educatore, formatore, amico, prete, insegnante: non ti rendi conto che stai lasciando morire un uomo? Che cos’è l’età se non un mero costrutto sociale organizzato dall’uomo? Bisogna porre attenzione a ciò: un uomo è tale dal suo concepimento al momento della sua dipartita, le varie fasi che nel percorso della sua vita attraversa sono esclusivamente i processi educativi e formativi che esso percorre. Un uomo di 40 anni non è diverso da un uomo di 7. Molti amano ammantarsi dentro le loro “esperienze”, sono solo propugnatori di falsità. Ogni esperienza se non integrata nel proprio spirito non resa che una sciocca azione senza alcun fondamento. Forse l’uomo di 40 anni non ha bisogno di giocare come quello di 7? La voglia di creare, costruire, edificare non è forse la stessa percepita in maniera diversa? Nel corso della vita non conterà tutta “l’esperienza” maturata, quanto la ricchezza dello spirito che avrà compreso se stesso e l’alterità. Tuttavia va tenuto in considerazione quello che è l’andamento attuale, ossia la costante prevaricazione di chi vantando le proprie esperienze cerca di fa tacere ogni altra voce. Per il giovane tale prevaricazione diviene a tratti insopportabile. Dunque diviene chiaro una motivazione del perché essi vogliano rompere ad ogni costo con un tradizione decadente che sopprime il libero pensiero altrui, ma certamente questo fenomeno non spiega tutto. Se in effetti è reale la condizione nella quale chi afferma una propria “adultità” cerca di imporsi e di imporre la propria volontà su chi è più “giovane”, è altresì vero che tale presunta adultità non è stata educata ad essere testimone di libertà. Analizzando il periodo che va dal 1968 al 1990 è evidente che, escludendo gli atti terroristici, sia stato un ventennio di grande sviluppo economico e sociale, lentamente, ma inesorabilmente ci si stava avvicinando a quella punta del trampolino che avrebbe dovuto essere la base di un salto verso un migliore stile di vita, tutto questo però è stato vissuto solo in chiave economica. Il trascurare il sentimento come categoria essenziale dell’umano ha fatto si che nel momento in cui si doveva compiere il balzo il trampolino si sia sgretolato sotto i piedi del saltatore. Anche in questo fenomeno è riscontrabile una totale assenza di educazione all’Oltre. Chi dopo tanta possibilità ha visto frantumarsi il proprio Oltre è divenuto un realista marcio, capace solo di voli sorretti da aerei mendaci come gli stupefacenti e l’alcool. Se in quel ventennio di speranze chi consumava sostanze e assumeva alcolici faceva ciò perché era annoiato dalla vita, a partire dagli anni ’90 la fuga è divenuto il reale motivo. Se dunque gli educatori della gioventù d’oggi hanno subito una tale perdita di orizzonti, un limitarsi sempre più opprimente delle loro possibilità, non è certo stupefacente la totale assenza di attese nei giovani che oggi si trovano a dover affrontare fantasmi di cui nemmeno conoscono il nome. La frustrazione crea il desiderio di fuga, l’angoscia ferisce costantemente, l’ansia depriva l’uomo della propria volontà (Wille) di vivere. Dal sentimento allo smarrimento il passo è stato breve, assurdamente breve! Molti studiosi di oggi scrivono che i giovani non vogliono né studiare, né lavorare, solo divertirsi. Non so se tale affermazione possa ritenersi totalmente corretta, certamente stiamo assistendo ad un addensarsi della realtà e ad un crollo senza freno dei valori che sino ad ora hanno sorretto la realtà in cui viviamo. L’assenza di un Oltre ben educato ed interiorizzato non da la possibilità di scrutare l’orizzonte e di cogliervi i segni della nuova alba. Restiamo in un crepuscolo asfissiante nel quale non riusciamo a cogliere né i contorni del giorno appena finito, né i margini del nuovo sole che sorge. Se il Dio di Nietzsche è realmente morto e nessun oltre-uomo si è ancora palesato vuol dire che stiamo brancolando in quella fase di annullamento di valori prima della loro trasvalutazione o che la trasvalutazione è avvenuta in senso totalmente inaspettato. L’humanitas latina, l’umanesimo e il neoumanesimo non sono ormai che dei sogni lontani, per taluni degli incubi in cui l’umanità era realmente ciò umana. In questo oltre deviante tuttavia le parole spirito, sentimento, umano hanno assunto caratteri poco desiderabili. L’eliminazione dell’umano sta portando ad dicotomie inaccettabili che hanno come unico scopo l’estinzione dell’uomo in quanto tale. Questa morfogenesi dell’oltre-uomo sta togliendo di mezzo l’uomo per dar spazio ad un essere-non-essere dis-umano, ma addestrato a vivere nel mondo della post-modernità. Lo scenario è cupo? Certamente sì, ma va anche aggiunto che fino a quando sarà possibile in-segnare a sperare non potremo mai cedere completamente al Nulla. Dai giovani bisogna ricominciare per poi creare una cascata rigenerante per questa società avvizzita. L’esplicazione di una pedagogia dell’Oltre come principio cardine per superare il dilagante presentismo. L’Oltre che riassume il suo valore di pro-gettatore verso il futuro, verso l’orizzonte dove già si sta dipingendo una nuova alba. Credo sia impossibile affermare che i giovani d’oggi non abbiano sogni. Forse hanno solo disimparato a sognare, forse non trovano il loro spazio all’interno dell’assordante caos che predomina attualmente, forse solo con una riscoperta della wille(volontà, qui intesa come volontà di vivere) e dello streben(Sforzarsi, tendere a) si potrà tornare a sondare con i gomiti appoggiati alla finestra quell’orizzonte fatto di sogni misti a realtà.

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Il mercoledì di riflessione

Punto di partenza, punto d’arrivo: l’Uomo.

L’uomo non comprenderà mai quanto egli sia antropomorfico. (Johann Wolfgang Goethe)

Che cos’è l’uomo? Avrebbe chiesto Socrate ai suoi interlocutori lasciandoli ancora una volta muti. Che cos’è l’uomo, tuttavia, resta una domanda pervadente di tutta l’esistenza di ciascuno di noi. Se ci proponessero la domanda “che cos’è l’uomo”, è molto probabile che cacceremmo via in malo modo tale inopportuno interrogatore che pone domande così banali. Ciascuno di noi sa cosa sia un uomo, lo sa dentro di sé, lo sa perché si vede cosa sai un uomo. Tuttavia la domanda è molto diversa e ci chiede che cos’è L’Uomo. Non un uomo qualsiasi, ma l’essenza di uomo, ossia l’uomo nella sua umanità e nella sua umanazione. Esistono molti aforismi sull’uomo, pochi sono positivi, molti evidenziano la sua caducità, altri ancora evidenziano come egli si distingua dagli altri esseri per il pensiero. Quello riportato all’inizio è un aforisma enigmatico. Certamente racchiude in sé un aspetto negativo, giacché non sarebbe stato scritto se l’uomo si fosse già riconosciuto come uomo, ma appare, a differenza di altri, quasi come un’esortazione a percorrere quella via, a scendere nell’essenza dell’uomo per capire quanto egli sia umano. Dunque analizzati la domanda di oggi e il riferimento alto di Goethe, sappiamo ormai con chiarezza quali siamo il nostro punto di partenza e il nostro punto d’arrivo: l’Uomo. Torniamo ancora a quella domanda di senso che ci chiede di scavare in profondità per scovare le radici dell’umanità. Ci chiede inoltre di penetrare un mistero insondabile, ossia quella cifra di sacro e di mistero che si cela alle soglie dell’umano. Quale uomo dobbiamo indagare, sondare, vagliare? L’uomo che noi siamo. Ciascuno nella sua unicità ed irripetibilità; ciascuno nel pensiero che è e nell’essenza che è; ciascuno ancora nel suo mistero e nel suo sacro. Davanti all’indagine sull’uomo che si svela man mano un indagine su di noi e sulla nostra essenza, scopriamo quanto grande sia questo uomo che stiamo cercando e lentamente abbandoniamo tutti quei pregiudizi, quelle rabbie e quei rancori che spezzano l’uomo e apprendiamo cinti di meraviglia la potenza salvifica che si cela nell’intimità dell’uomo, nell’intimità di ciascuno di noi. Dove si è perso l’uomo? Se veramente in esso si cela il senso stesso della meraviglia, dove ha smarrito la strada che lo riconduceva tale senso? Chi mai ha tagliato i ponti in modo tale che l’uomo non potesse più tornare in centro a se stesso e dovesse restare perennemente intrappolato in una sopravvivenza senza fondamento? Se l’uomo perde la connessione intima con l’essenza che è, di lui non resta che un misero nulla. Non è solo nell’orbita intono a sé che si deve cercare il senso, ma ancor prima e nel centro di sé che si coglie il punto d’arrivo della domanda iniziale ossia l’uomo. L’uomo è stato privato di questa dimensione intima. Solo nell’essere riconosciuto dagli altri trova se stesso, perdendo così la connotazione di uomo e divenendo solo una marionetta che nega la sa essenza e rifiuta il suo pensiero. Altri pensano per me, dice l’uomo stolto, l’uomo della moda, l’uomo dell’apparire. Intanto l’uomo che cerca la sua essenza è ridotto ad un silenzio forzato, rischio della parola è la derisione. Narciso trionfa con la sua marginalità estetica. L’uomo che perde la profondità del suo essere e si appiattisce su di una immagine bidimensionale nella quale l’essenza non trova collocazione. L’uomo non si rende conto che solo nell’Uomo potrà trovare la pace, la libertà e tutti quei valori che lo renderebbero autenticamente vivo. Dov’è dunque l’uomo adesso? Su di un margine, in perenne ricerca di un senso nuovo dato da un oltrepassare i limiti di sé sempre diverso, non vedendo che quell’oltrepassare i propri limiti lo sta conducendo all’annullamento della sua immagine divina e lo tramuta in una bestia priva di ogni senno. Molti scrivono la loro “mission” trascendendo dal valore dell’uomo, trascurando che in ogni attività dove l’uomo agisce la vera ed unica “mission” sia e resti solo l’uomo. Un lavoro che scordi l’uomo a favore della produzione, non è più un lavoro: è un lager! Una scuola che pensi solo al profitto e non all’uomo che in essa cerca il sapere, non è più scuola: è un addestramento! L’uomo è il punto di partenza, la nostra stella polare, il nord della nostra bussola ad esso solo dobbiamo tendere: all’umanazione dell’umano. L’Uomo è il punto d’arrivo, la meta giusta della vita e del pensiero, il centro dell’essenza e il donatore di senso a tutto quello che ci possiamo domandare. L’uomo nella sua sacra e misteriosa immagine è l’essenza della vita. Chi cerca altrove un senso è un idolatra destinato al nichilismo.

Che cos’è l’uomo?

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Centro Giovani Isolabona

DSCN2256.JPGCentro Giovani Isolabona:

Da domenica 2 ottobre grazie all’accordo tra il comune di Isolabona e l’associazione G.R.A.Z.I.E. apre ufficialmente il centro giovani IsolaGiò.
Il centro resterà aperto il venerdì dalle 14.30 alle 19 e il sabato dalle 15 alle 19. Due educatori dell’associazione G.R.A.Z.I.E. saranno a disposizione dei ragazzi per tutte le loro esigenze. Il centro è costituito da tre sale: una biblioteca (curata dal centro culturale “A Ciassa”) uno spazio studio, e un area giochi munita di divanetti tavolini, biliardino, televisione e internet point. Il venerdì sarà possibile svolgere i compiti scolastici assegnati per la settimana successiva assistiti da un animatore. Il sabato sarà invece dedicato allo spazio ricreativo con attività varie.
Lo scopo del centro è offrire una possibilità di incontro ai giovani della val Nervia. Oltre al servizio per i più giovani, il centro offre un’assistenza ai giovani più grandi nell’ inserimento nel mondo del lavoro. Per chi lo desiderasse è possibile, tramite un colloquio con l’educatore, compilare il curriculum e consultare le offerte di lavoro presenti sul territorio. Nel centro sarà presente anche il “cerca lavoro” giornale locale che raccoglie tutte le offerte di lavoro.
Insomma studio, gioco, lavoro: il centro segue il giovane in tutte le sue attività! Inoltre è possibile chiedere al centro informazioni relative alle scuole superiori presenti nella zona e fare un colloquio orientativo.
In aggiunta alle attività interne al centro è intenzione dello staff organizzare attività serali e uscite organizzate.
Il centro rappresenta una vera possibilità per i giovani e per i paesi della vallata, una risposta forte alle necessità dei giovani che non dovranno più “scendere in giù” per trovare luoghi di aggregazione.
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