EVAPORAZIONE IPERMODERNA DEL PADRE E TESTIMONIANZA DEL DESIDERIO
di Massimo Recalcati*
Per un verso il fenomeno dell’evaporazione del padre può essere considerata come un’apertura a possibilità inedite. Per un altro verso esso sembra invece suscitare la nostalgia per il tempo perduto, per la sicurezza garantita dal fondamento paterno.
Evaporazione del padre, universalismo e segregazioni
In una breve nota scritta alla fine degli anni Sessanta, titolata Nota sul padre e sull’universalismo, Lacan ritorna in modo sintetico ed ispirato sul tema del tramonto dell’Imago paterna di cui aveva già colto i sintomi in un saggio del 1938 dal titolo I complessi familiari nella formazione dell’individuo. In questa breve nota egli mette in fila tre concetti destinati ad essere centrali nella comprensione della Civiltà che definiamo ipermoderna. Il primo tra questi è quello di “evaporazione del padre”. Con questa immagine Lacan non intende riferirsi semplicemente alla crisi d’identità dei padri reali di cui si occupano più o meno recentemente la sociologia e la psicologia. Piuttosto egli fa riferimento alla perdita di centro, alla caduta dell’Uno, alla decapitazione del vertice Ideale – di matrice edipica – che aveva strutturato i legami sociali e dato un senso alla vita delle persone. Tutta la psicologia freudiana delle masse è retta da questo riferimento ad un Ideale verticale che guida e sostiene la vita degli uomini e che si incarna nel potere carismatico e suggestivo del leader.
Quando Lacan scrive questa nota siamo alla fine del 1968. Le istituzioni disciplinari che fungevano da paradigmi della riflessione freudiana (la Chiesa e l’Esercito) sono state scosse dal movimento della contestazione. Lo stesso principio freudiano dell’Edipo è stato violentemente messo in discussione come matrice reazionaria di quelle istituzioni. Il concetto borghese, nucleare, di famiglia non si sottrasse a questo attacco critico. Ma fu soprattutto la figura normativa del Padre ad essere messa in questione. Lacan scrivendo di una sua “evaporazione” fa allusione a questa demolizione anche come ad un esito storico della critica del ’68. Ma cosa significa, per la psicoanalisi, constatare l’evaporazione del Padre? E, più precisamente, quale Padre evapora? Di quale Padre Lacan parla proponendone la sua evaporazione storica? Ebbene il Padre evaporato è il Padre che garantisce al soggetto, come ai legami sociali, un senso e un ordine stabilito. E’ il Padre della rassicurazione, è il Padre-fondamento, è il Padre che sa rispondere sulla verità ultima delle cose, è il Padre della garanzia. E’ il Padre come tutore dell’ordine simbolico che Lacan ha chiamato, ben consapevole dei suoi inevitabili echi biblico-teologici, Nome-del-Padre E’ il Padre-sovrano nell’accezione che Agamben ha proposto del concetto di sovranità: è colui che, essendo in una posizione di eccezione rispetto al sistema della Legge che pure installa, ha il potere di sospendere il funzionamento stesso di questo stesso sistema, ma questo potere anziché annichilire il sistema è ciò che gli dà consistenza. E’, come lo definisce Lacan, l’Altro dell’Altro: l’eccezione, non sottoposta alla Legge, che istituisce logicamente il funzionamento della Legge uguale per tutti. L’evaporazione del Padre indica il venire meno di questo carattere fondativo, trascendentale, normativo in senso ideale, della funzione paterna. Ecco allora profilarsi il secondo termine presente nella Notalacaniana: quello dell’”universalismo”. Con questa espressione Lacan definisce l’affermazione dei mercati comuni, ovvero quello che oggi definiremmo come fenomeno della globalizzazione. Il riferimento a questo nuovo legame sociale verrà approfondito nella celebre conferenza tenuta a Milano all’Università Statale il 12 maggio 1972 nella figura categoriale del “discorso del capitalista”. In altri termini, l’universalismo di cui ci parla Lacan è quello prodotto dall’affermazione dell’oggetto di godimento che il discorso del capitalista rende illimitatamente disponibile sul mercato globalizzato. La caratteristica principale di questo discorso sarebbe quella di concretizzare un legame sociale che si istituisce sulla decapitazione della funzione verticale ed orientativa giocata dall’Ideale edipico e che al posto della funzione normativa del Padre impone la potenza reale e immaginaria (non simbolica) dell’oggetto di godimento.
Gli effetti di questa imposizione sono sotto gli occhi di tutti: parcellizzazione molecolare del legame sociale, ipnosi collettiva senza alcun vertice apertamente totalitario, diffusione capillare dell’imperativo del godimento, isolamento crescente dei soggetti ridotti a monadi individuali, esclusione dell’Altro a vantaggio della creazione di comunità di simili, prevalere della compulsione all’identità sullo scambio tra differenze, svuotamento nichilistico del senso della vita, eclissi del desiderio sommerso dalla marea montante di un godimento compulsivo dello Stesso, sentimento diffuso di inesistenza, di vuoto. Per tutti questi effetti – ed ecco apparire il terzo ed ultimo termine della serie proposta da Lacan – l’universalismo globalizzante non genera affatto una pluralità democratica, ma nuove segregazioni, “segregazioni ramificate”, moltiplicazioni delle barriere, rafforzamento comunitario di etnìe chiuse su loro stesse, frattura dei legami, isolamenti “straordinariamente sterili”, insomma fenomeni di ritorno dell’identico che appaiono come vere e proprie cicatrici sintomatiche della evaporazione del padre.
Cosa resta del Padre?
Questa crisi della funzione orientativa dell’Ideale edipico di fronte alla spinta incalzante dell’oggetto di godimento genera due letture a mio giudizio ugualmente sintomatiche che riflettono altresì posizioni ideologiche presenti all’interno dello stesso movimento psicoanalitico. Per un verso il fenomeno dell’evaporazione del padre può essere considerato come un’apertura a possibilità inedite. L’al di là dell’Edipo diventerebbe il luogo di sperimentazione di legami non più dipendenti dalla figura normativa del padre. L’Anti-edipo di Deleuze e Guattari e una certa esaltazione macchinica del corpo pulsionale vanno indubbiamente in questa direzione. Senza considerare però la forte collusione con il discorso del capitalista, il quale, a sua volta, offre una rappresentazione macchinica del corpo pulsionale: il corpo che gode senza tener conto della castrazione è il corpo sadico, il corpo perverso, il corpo che non conosce l’esperienza del limite, il corpo che fa del corpo dell’Altro uno strumento del suo stesso godimento, il corpo dell’antiamore, del godimento acefalo, del godimento “uniano”, come lo definisce Lacan, dunque del godimento senza l’Altro. Dal punto di vista sociale questa lettura dell’al di là dell’Edipo come liberazione della pulsione collude paradossalmente con il centro stesso del discorso del capitalista che è un centro eminentemente cinico. Ciò che conta non è l’asservimento edipico all’Ideale ma il godimento che vuole se stesso, il godimento come volontà cinica di godere. E’ questa la faccia superegoica del discorso del capitalista: elevare il godimento alla dignità paradossale di un dover-essere.
Per un altro verso il fenomeno della evaporazione del Padre sembra invece suscitare la nostalgia per il tempo perduto, per la sicurezza garantita dal fondamento paterno, per lo statuto ontologico dell’eccezione, o, se si preferisce, in maniera più prosaica, per il padre padrone. Come intendere, in effetti, il rigurgito fondamentalista se non come l’appello al Padre totemico, al Padre dell’orda, al Dio pazzo che può creare e distruggere il mondo quando e come vuole e che spinge i suoi fedeli ad uccidere nel nome del Bene, a fare il Male nel nome del Bene? – e, sappiamo, che quando qualcuno pensa di agire per il Bene universale non c’è più limite al Male che può causare perché quel Male è, a quel punto, fanaticamente al servizio del Bene. Il fondamentalismo è infatti, nelle sue radici, necessariamente nostalgico; esso rievoca il potere terribile del Padre che garantisce al mondo un senso a priori e alla precarietà della vita un rifugio sicuro in cambio dell’asservimento dei suoi figli. In questo caso al padre evaporato si contrappone l’immagine di un padre incorrotto, solido, onnipotente che però, in realtà, è solo una compensazione – come già accadde in Occidente nella nefasta stagione dei totalitarismi – del suo declino irreversibile. Nella psicoanalisi stessa il riferimento al quadro edipico, come quadro normativo, può rischiare di scadere nella stessa illusione ottica di un fondamentalismo compensatorio dagli effetti francamente discutibili.
Queste due letture del fenomeno dell’evaporazione del padre sono in realtà due facce della stessa medaglia: il cinismo del discorso del capitalista che promette godimento democratico per tutti anima il fantasma fondamentalista del Padre totemico, del castigo superegoico e, a sua volta, secondo una circolarità che mostra la convergenza paradossale di queste antitesi, questo fondamentalismo ospita nel suo seno l’oscenità inconfessata di un godimento senza limite (basti pensare, tra gli innumerevoli esempi che potremmo fare, all’”aldilà” così come viene vagheggiato dai militanti più spietati del terrorismo islamico: luogo di un godimento pulsionale infinito, sadiano, senza alcun freno inibitorio; luogo sadiano che rovescia specularmene il rigorismo kantiano della vita nell’”aldiqua”).
Uno dei compiti etici fondamentali e attuali della psicoanalisi è quello di offrire all’al di là dell’Edipo una declinazione differente da quella del cinismo ipermoderno e del fondamentalismo nostalgico. Innanzitutto Lacan ci ricorda che la funzione paterna è inseparabile dall’introduzione di un luogo terzo rispetto alla specularità immaginaria e al monismo del godimento entro la cui oscillazione sembra invece restare preso il discorso della civiltà ipermoderna. Da questo punto di vista la funzione paterna viene assimilata da Lacan alla funzione logica dell’eccezione, dell’almeno-uno che, essendo fuori dalla serie di cui è il fondamento, è la condizione di tenuta della serie stessa. La funzione logica del padre è quella funzione che salvaguarda, rispetto all’omogeneità simmetrica dell’identificazione e del diritto al godimento uguale per tutti, un luogo asimmetrico, terzo, eccentrico, capace di introdurre una Legge, un limite, una linea di confine necessaria ad introdurre la dimensione essenziale della differenziazione simbolica. In questo senso la funzione logica del padre è omologa a quella del linguaggio che impone all’essere parlante il vincolo della parola e, di conseguenza, una inevitabile sottrazione di godimento come condizione d’entrata nel campo stesso del linguaggio. La funzione paterna è omologa a quella del linguaggio perché introduce una mancanza nel soggetto, limitando il godimento immediato della pulsione (decretando, secondo Lacan, la morte della Cosa) e generando come effetto di questa limitazione il movimento del desiderio. Resta evidente che in tutto questo ragionamento sull’eccezione l’accento non cade su chi occupa quel luogo – il luogo terzo dell’eccezione presentificato dal sovrano – ma sulla funzione eminentemente logica di quel luogo, la cui caratteristica è proprio quella di non lasciarsi mai occupare da Uno ma di permettere differenti declinazioni operative. La funzione simbolica del padre ha anche il compito di preservare questo vuoto innanzitutto come condizione della discendenza generazionale. Senza questo elemento terzo nessun insieme – ma anche nessuna significazione – potrebbe strutturarsi efficacemente come mostra ampiamente la teoria lacaniana del Nome del Padre. Eppure questo elemento terzo non può più – nell’epoca ipermoderna – essere pensato come base ontologica o teologica ma solo come una pura funzione logica la cui incarnazione suppone una decisione senza fondamento, un atto non garantito, una presa di posizione che si può giustificare solo in se stessa, nella sua più pura contingenza. La logica che anima il discorso del capitalista punta ad annullare il carattere terzo di quel luogo mentre quella fondamentalista vorrebbe occuparlo definitivamente con la potenza di un Dio padrone o con il dispiegamento di valori ideali assoluti. In entrambi i casi il carattere terzo incarnato nel Nome del Padre viene meno. Per questa ragione uno dei temi più scottanti della nostra epoca è, infatti, quello relativo a come salvaguardare questo vuoto, ovvero a come coniugare la funzione logica del Padre con la necessità etica di incarnare questo vuoto, di dargli una consistenza esistenziale, di renderlo operativo. Mi pongo, dunque, la questione che giudico decisiva: cosa resta del Padre? Cosa può funzionare come Padre nell’epoca dell’insistenza del grande Altro, della caduta irreversibile del Padre-norma, del Padre-fondamento, nell’epoca della sua evaporazione? Come si può fare valere la logica terza dell’eccezione che consente la tenuta dei legami tra le generazioni? Come si può coniugare questa versione del Padre come custode del vuoto con la necessità della sua incarnazione esistenziale? O ancora: cosa significa trasmettere l’esistenza di questo luogo terzo in un’epoca che tende ad escluderne cinicamente l’esistenza (discorso del capitalista) o ad occuparlo abusivamente (fondamentalismo ideologico)?
Daccapo: che cosa resta del Padre nell’epoca della sua evaporazione? In che modo possiamo salvaguardare quel luogo terzo che il Padre rappresenta dalla tendenza ipermoderna alla sua cancellazione?
Ecco la mia tesi: ciò che salvaguarda la funzione terza del Padre, nell’epoca del suo declino come funzione simbolico-normativa, è la dimensione della testimonianza. Il Padre che resta, o, se si preferisce, il resto del Padre, quel resto che mantiene il suo carattere Terzo, irriducibile all’identificazione tra simili e al consumo omogeneo del godimento uguale per tutti, risiede nella responsabilità etica di offrire una risposta possibile su come si possa mantenere unito il desiderio alla Legge, su come sostenere l’alleanza tra il desiderio e la Legge. Questa risposta è la sua responsabilità radicale. E questa risposta per essere tale, ovvero per essere una assunzione etica della responsabilità, richiede una incarnazione singolare. La risposta del Padre – quella risposta che può valere non per la sua esemplarità universale (sogno che contraddistingue il padre educatore dello psicotico) ma per la sua capacità di testimonianza particolare dagli effetti non prescrittivi ma casomai solo retroattivi – esige un’incarnazione, nel senso che si oppone ad ogni retorica pedagogica, ad ogni pensiero valoriale in senso morale, ma anche ad ogni versione ideale-universale della testimonianza stessa. Questo significa che la dissoluzione dell’Edipo come orizzonte trascendentale, come orientamento morale-ideale del soggetto, deve lasciare il posto, non ad una uscita di scena del Padre, ma all’accentuazione etica, e non più trascendentale, della sua funzione. Se il padre non è più il fondamento sicuro della Legge, se non è più il rappresentante della norma che governa l’ordine simbolico, se il padre rivela la sua inesistenza trascendentale, l’abisso che lo attraversa, se esso non può più fondare il suo potere sull’egemonia del patriarcato, sull’esistenza di un grande Terzo, questa sua dissoluzione può lasciare il posto al potere dell’oggetto di godimento o alla sua stessa riesumazione nostalgica, ma può anche generare lo spazio della testimonianza comeincarnazione singolare di una soluzione possibile dell’enigma relativo a come annodare, a come tenere insieme, il desiderio alla Legge che, secondo Freud e Lacan, è l’enigma più proprio custodito nella questione paterna.
Un padre, quel che resta del padre, quel che del padre resta nella testimonianza incarnata dell’unione di desiderio e Legge pone esattamente questa interrogazione di fondo: come si può dare corpo, consistenza, spessore esistenziale, come si può oggi, nell’epoca del trionfo dell’oggetto, nell’epoca dello sbriciolamento di ogni forma di comunità, testimoniare il legame tra desiderio e Legge? O se si preferisce: come si può vivere in questa esistenza lesa, imperfetta, incompiuta, sullo sfondo dell’evaporazione del Padre, senza desiderare di suicidarsi e senza impazzire? Che cosa può essere una vita animata dal desiderio e in grado di non lasciarsi trascinare nelle spirali mortifere del godimento? Non è forse questo che un padre è tenuto ad incarnare rispetto ai suoi discendenti? Non è forse questo ciò che si chiede ad un Padre? Non è questo il cuore di ogni trasmissione, di ogni autentica eredità? Mostrami, con la tua vita, con la tua esistenza, con la carne della tua esistenza singolare, come hai potuto vivere seguendo il più coerentemente il tuo desiderio? Come hai potuto e saputo rinunciare al godimento immediato, dissipativo, illimitato della pulsione di morte per scegliere la via più lunga del desiderio e in questa via godere delle tue realizzazioni? Dimmi: come hai saputo sostenere la potenza del desiderio come potenza vitale? Ma anche: dimmi come hai potuto e saputo cedere una libbra del tuo godimento, della tua carne, come hai saputo vivere nella castrazione del tuo godimento senza sacrificio, senza il godimento del sacrificio, come hai potuto essere nella castrazione e donare, trasmettere ai tuoi figli, alle generazioni che sono venute dopo di te, una significazione possibile e creativa del desiderio?
La trasmissione di un desiderio non anonimo – che resta l’effetto essenziale della funzione paterna – non può che avvenire attraverso questa testimonianza singolare. Non attraverso la retorica educativa, né tanto meno per la via obsoleta della voce autoritaria del padrone. Quello che resta del padre è un’incarnazione possibile del nodo che tiene insieme la Legge al desiderio. Un’incarnazione che può non associarsi affatto al padre reale, al padre biologico, ma che può essere incontrata anche per altre vie: un libro, un discorso, un’amicizia, un amore, una politica, la disciplina paziente di una pratica, l’incontro con una comunità, l’incontro con…uno psicoanalista..
L’epoca della precarietà e le patologie del legame
L’epoca della evaporazione del Padre è l’epoca di una precarietà economica e materiale, ma anche di una precarietà simbolica. L’esperienza della precarietà è una esperienza di solitudine, di angoscia, di insicurezza, è una esperienza di perdita di padronanza.
La nostra esistenza è, come tale, una espressione della precarietà. Lo ricorda anche Freud in apertura de Il disagio della civiltà: l’uomo non è fatto per essere felice. La morte, la malattia, l’esistenza dell’altro uomo, rendono precaria la sua vita. Gli esseri umani si difendono dalla precarietà che li intacca per la via del legame sociale. E’ una tesi classica anche della filosofia politica: il legame civile protegge gli uomini dalla precarietà che assedia minacciosamente le loro vite.Per la psicoanalisi in generale, il legame è dunque una cura della precarietà.O, se si preferisce: la precarietà genera la tendenza al legame come un suo trattamento possibile. La clinica della nevrosi è, per esempio, una clinica nella quale viene accentuata proprio la natura protettiva (anclitica o narcisistica, secondo Freud) del legame. Il legame come esorcismo nei confronti della precarietà. La dipendenza dal legame è infatti un sintomo costante nella clinica della nevrosi quanto l’angoscia nei confronti della precarietà. In questo senso, Freud affermava che ogni nevrotico conserva sempre dei tratti infantili. Bion ha nominato questa esigenza protettiva del legame come tendenza socialistica, socio-centrica. Possiamo affermare che per questa funzione protettiva attribuita immaginariamente al legame la clinica della nevrosi si configuri come una clinica della patologia del desiderio. In sintesi si può dire che la patologia nevrotica del desiderio rende il proprio desiderio incapace di concludere, incapace di realizzazione, di soddisfazione, insomma, inconcludente. Il desiderio nevrotico è un desiderio che soffre per il suo essere inconcludente. Tuttavia, questa sofferenza per la propria inconcludenza diviene anche un luogo di godimento. Il nevrotico è colui – come ci insegna la clinica lacaniana della nevrosi – che gode dell’impossibilità o dell’insoddisfazione del desiderio. Nei Complessi familiari Lacan definisce con precisione nel culto dell’impotenza e in quello dell’utopia i due versanti cruciali della patologia nevrotica del desiderio, i due modi attraverso i quali il soggetto nevrotico conduce il proprio desiderio al fallimento. In entrambi ritroviamo l’idea freudiana che nella nevrosi il desiderio soccomba allo “strapotere della realtà”. L’impotenza consiste in una non realizzazione del desiderio che avviene per assenza di forza sufficiente, per inadeguatezza, per insufficienza fallica del soggetto di fronte, appunto, a questo strapotere. L’utopiainvece è una non realizzazione del desiderio che si sostiene sull’ideale e sulla posizione dell’anima bella, dunque sull’evitamento del reale. Anche in questo caso il soggetto è in difficoltà a contrastare efficacemente lo “strapotere della realtà”. In entrambe le posizioni ciò che si manifesta è la necessità della difesa dal desiderio, o, se si preferisce, la difficoltà del soggetto ad assumere il proprio desiderio. Il soggetto arretra di fronte alla possibilità di manifestare con decisione la forza del suo desiderio. Prevale l’esigenza socialistico-conformista del legame (nevrosi ossessiva) o il lamento dell’insoddisfazione di ogni legame (isteria). In realtà il legame nevrotico è sempre un legame impotente o utopico. E tuttavia il nevrotico esige il legame, è sempre alla ricerca di un legame, dipende dalla domanda dell’Altro. La clinica della nevrosi non è una clinica dello slegame, della dissoluzione cinica dei legami, che invece, come vedremo meglio fra poco, costituisce il cuore del discorso del capitalista e della nuova clinica, ma è una clinica animata della necessità del legame anche se questa necessità rischia di indebolire la forza singolare del desiderio. Più precisamente, il legame funziona per il nevrotico come una difesa dal reale. Impotenza e utopia sono effettivamente due difese nevrotiche dal reale. Nella clinica psicoanalitica la struttura nevrotica è la struttura che più massicciamente si difende dal reale, dunque che più massicciamente ricerca i legami come argini protettivi contro l’incandescenza del reale. Per questa ragione di fondo il legame può tendere a diventare a sua volta sintomatico. Il legame, cioè, può assumere la forma del sintomo; diventa per il soggetto il luogo di un trattamento privilegiato del reale. Nondimeno questa riduzione sintomatica del legame tende a produrre nel soggetto nevrotico insoddisfazione. E’ qualcosa che la clinica conferma regolarmente: il legame nevrotico è segnato dall’insoddisfazione, dall’insoddisfazione dell’impotenza e dall’insoddisfazione dell’utopia. Non riesco mai a stare come vorrei nel legame (impotenza); sogno sempre un legame diverso da quello in cui sono (utopia).
La clinica della psicosi invece è una clinica dell’attacco al legame, del rifiuto del legame, della rottura del legame, dello scatenamento (déclanchement). La parola dello psicotico, afferma Lacan, rinuncia a farsi riconoscere, la sua libertà, precisa sempre Lacan, è solo negativa. E’ una libertà solo negativa perché punta a recidere ogni legame con l’Altro, ad escludere l’Altro. La libertà del folle vuole rigettare ogni forma di debito e di alienazione. E’ libertà che si vuole come assoluta. Dunque è un delirio della libertà. Tuttavia, la clinica della psicosi non si caratterizza solo per questo strappo nei confronti del legame sociale – lo schizofrenico è colui che diserta il legame come limite alla precarietà, che sceglie la precarietà piuttosto del falso accomodamento nei legami – ma è anche una clinica della cementificazione del legame. Jacques Lacan, pone nella figura della “psicosi sociale”, in linea con le ricerche cliniche di Helene Deutsch sulle personalità “come se”, di Winnicott sul “falso sé”, di Bollas sulle personalità normotiche, una corruzione del legame sociale che si sviluppa non tanto come una rottura traumatica con la realtà ma per un eccesso di identificazione alla realtà. In questo caso l’attacco al legame non si manifesta tanto come disgregazione, frattura, rottura del patto simbolico con l’Altro, ma come immedesimazione acritica al sistema dell’Altro, come adesione olofrastica alle sue insegne sociali. Le patologie del legame possono dunque essere patologie del desiderio (sacrificato alla sopravvivenza sintomatica del legame, come accade nelle nevrosi), patologie del rifiuto o della rottura del legame(dove è il legame che viene distrutto dal godimento dissipativo, non normato dalla castrazione, come accade nelle psicosi deliranti), ma anche patologie dell’irrigidimento identificatorio del legame, come avviene nella clinica delle psicosi. Mentre la prima patologia preserva la precarietà del soggetto, la precarietà del soggetto diviso, del soggetto come mancanza a essere, del soggetto del desiderio, la seconda e la terza segnalano un collasso del soggetto diviso. La figura dello psicotico che rompe le catene del significante o quello che si assimila socialisticamente ad un significante identificatorio, coincidono nel porre il legame – la sua distruzione come la sua iperdeterminazione – come alternativa al desiderio. In questo senso la clinica psicoanalitica mostra gli effetti distruttivi provocati dal legame che si frattura, ma anche gli effetti, altrettanto distruttivi, del legame che diventa laccio, lega, fascio, del legame che abolisce lo spazio comune. In questi casi il legame non frena il godimento ma diventa, secondo logiche diverse, luogo di un godimento mortifero. E’ il cuore psicotico della psicologia delle masse.
*Psicoanalista, è docente di Psicologia dell’Arte all’Università degli Studi di Bergamo. Fondatore di Jonas, centro di ricerca psicoanalitica per i nuovi sintomi.